Allelopatia: armonie e conflitti tra piante

Allelopatia tra piante sempio nella brughiera

Il fascino segreto della relazione chimica tra piante

L’allelopatia è definita come “tutti gli effetti diretti o indiretti, positivi o negativi, che una pianta provoca su di un’altra, attraverso l’emissione nell’ambiente (atmosfera e/o suolo) di composti biochimici” (Rice, 1984).

In questo articolo descriveremo solo la forma più famosa di allelopatia, ovvero quella negativa che ha come intermediario il suolo, detta anche competizione chimica o antagonismo radicale. Le caratteristiche del suolo, sia abiotiche che biotiche, sono fondamentali per l’espressione del potenziale allelopatico. È importante ricordare che la sintesi di composti allelopatici è particolarmente stimolata in condizioni di stress (attacco di patogeni, stress idrico, predazione…).

L’allelopatia nel caso del noce

allelopatia noce Tra gli alberi conosciuti per la capacità di sintetizzare e liberare sostanze tossiche nell’ambiente il più conosciuto è il noce (Juglans regia), in quanto produttore di juglandina. Contrariamente a ciò che siamo soliti pensare, però, le sostanze delle foglie, dei frutti e delle radici dovrebbero essere molto concentrate per essere tossiche. Queste concentrazioni sono realizzabili in laboratorio, ma raramente in natura. Peraltro, l’azione di queste sostanze dipende da numerosi parametri come la natura del terreno, lo stato idrico, il pH, l’attività biologica. In definitiva, si possono piantare numerose piante sotto i noci senza particolari conseguenze. Soffriranno più per l’ombreggiamento, che per la presenza delle sostanze allelopatiche.

L’allelopatia nel caso dell’abete bianco.

Un altro esempio lo abbiamo nelle abetine sulla catena montuosa dei Vosgi (Francia), dove è stato dimostrato l’effetto negativo dei composti idrosolubili prodotti dall’abete bianco (Abies alba) sui propri semi e plantule (Beckeret Drapier, 1984). Simili osservazioni sono state fatte su semi e plantule di abete rosso (Picea abies) (Gallet, 1994). Questi processi di auto-allelopatia spiegano l’alternanza di abete bianco e abete rosso nelle foreste miste.

tabella allelopatia tra piante

Nella tabella a fianco vengono raggruppati gli esempi più significativi di allelopatia in ambito forestale. La prossima volta che vi ritroverete in un contesto forestale vi invitiamo a tirare fuori questa tabella e a verificare se, in effetti, notate qualche interferenza tra una pianta e l'altra.

Allelopatia diretta e indiretta

D’altro canto, l’azione inibitrice riscontrata in molte ericacee sulle plantule di numerose resinose in seguito alla piantagione è dovuta, almeno in parte, all’allelopatia. Non siamo però più nel caso di allelopatie “classiche”, quindi dirette, esercitate cioè tra piante a livello radicale. Ci troviamo invece nel caso di allelopatie indirette mediate da funghi. Ne è un esempio l’effetto della Calluna vulgaris sull’abete rosso. Si è osservato che, in un terreno a Calluna, gli abeti rossi restano giovani, non crescono. Al contrario, il pino silvestre (Pinus sylvestre) cresce senza problemi.

La spiegazione del fenomeno è stata trovata da un ricercatore britannico (Handley, 1963). Ha scoperto che le radici della Calluna ospitano dei funghi simbionti tipici delle ericacee (Hymenoscyphus sp.) che emettono delle sostanze tossiche per la maggior parte dei funghi ectomicorrizici, in particolare per quelli abitualmente associati al genere Picea, a cui appartiene l’abete rosso. Privati del loro simbionte, gli abeti rossi stentano a crescere. Il Pino silvestre, invece, è sempre associato a dei funghi simbionti ectomicorrizzici specifici (Suillus sp. e Rhizopogon sp.) che sono insensibili alle tossine di Hymenoscyphus. Si tratta dunque di un caso di allelopatia indiretta mediata dai funghi

Aspetti positivi dell’allelopatia

Non si pensi però che le simbiosi micorriziche abbiano solo effetti negativi in termini allelopatici. L’associazione micorizzica, infatti, può costituire un metodo di protezione per le plantule di alcune specie arboree dagli effetti allelopatici di altre durante la piantagione. Questa protezione è dovuta alla capacità delle micorrizze di degradare, con l’aiuto di certi enzimi, un gran numero di molecole, in particolare composti fenolici, cui solitamente appartengono i composti chimici allelopatici.

Fonte: Christophe Drenou: Au-delà des idées reçues

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